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E’ oramai passato un lustro dal settembre 2010, quando venne approvato il famoso DM sull’ “Individuazione dei beni che possono essere oggetto delle attività agricole” tramite il quale nasce la “birra agricola”.

Questo decreto è stata la spinta scatenante alla nascita di molti birrifici artigianali che, producendo “in proprio” almeno il 51% dell’orzo da trasformare in malto hanno potuto accedere a bandi comunitari per il finanziamento di progetti agricoli (tra cui, per l’appunto, anche la creazione di birrifici) ed avere la possibilità di

adottare un regime fiscale agricolo agevolato (basato appunto sul reddito agrario). E’ vero infatti che il provvedimento ha aperto nuove prospettive di crescita per il settore agricolo, ma è altrettanto vero che, almeno nei primi anni, diversi birrifici (anche industriali) hanno deciso di trasformarsi in aziende agricole per usufruire di tutte quelle agevolazioni sopraccitate.

Bene, il Governo Monti, tramite la legge di stabilità del 2012, ha chiuso i rubinetti e il vantaggio inizialmente previsto è stato abolito. Ovviamente restano in vigore una serie di finanziamenti promossi dall’UE tramite i Psr, ma rimane ancora un interrogativo aperto riguardo all’aliquota iva: per quanto le aziende agricole siano normalmente soggette ad IVA al 10%, in seguito ad una interrogazione all’Agenzia delle Entrate che non ha avuto risposta, molti dei birrifici agricoli presenti sul territorio nazionale si assoggettano all’iva al 21%, esattamente la stessa degli altri birrifici artigianali.

Tra questi rientra la stragrande maggioranza dei soci aderenti al Co.Bi., Il “Consorzio Italiano di Produttori dell’Orzo e della Birra” (www.cobibirragricola.it) che è una delle realtà più interessanti del panorama birraio italiano. Questo consorzio gestisce infatti uno dei pochi maltifici italiani – il terzo come quantitativo di malto prodotto – e, a detta degli esperti di birra, il più importante se consideriamo solo il malto di qualità, cioè quello non destinato alla produzione di birra industriale.

Quello delle birre artigianali è un comparto che sta assumendo numeri di tutto rispetto in Italia: nel 2014 si è raggiunto il record di 30 milioni di litri di produzione di birra artigianale e si contano ormai quasi 600 microbirrifici, rispetto alla trentina censiti dieci anni fa.

Bene: perché sono più di 30 milioni gli appassionati consumatori di birra presenti in Italia dove tuttavia il consumo procapite e di 29 litri, molto poco rispetto a Paesi come la Repubblica Ceca con 144 litri pro capite, l’Austria 107,8, la Germania 105, l’Irlanda 85,6, il Lussemburgo 85 o la Spagna 82.

La produzione artigianale traina anche l’export Made in Italy con le spedizioni di birra italiana all’estero che sono aumentate del 13% in quantità nel corso del 2014 rispetto all’anno precedente, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Istat relativi ai primi dieci mesi. Oltre la metà della birra italiana esportata all’estero è diretta nel Regno unito dove nei pub – precisa la Coldiretti – si sta diffondendo la presenza delle produzioni artigianali nostrane.

A sostenere la produzione italiana di birra ci sono le coltivazioni nazionale di orzo con una produzione di circa 860.000 tonnellate di orzo nel 2014 su una superficie complessiva investita di circa 226.000 ettari. Per quanto concerne la produzione di birra, la filiera cerealicola unitamente al Ministero delle Politiche Agricole ipotizzano un impegno annuo di granella di orzo pari a circa 90.000 tonnellate.

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