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completo e
multispecie, per
le semine
primaverili e
autunnali

In pochi comparti come quello agricolo la coesistenza tra animali selvatici e attività agricola è una via irta di ostacoli. Oltre alle nutrie, di cui abbiamo scritto recentemente (link agriblog/nutrie-un-problema-in-crescita-continua ) in questi ultimi mesi è esplosa la «questione ungulati», cioè i danni da cinghiali e cervidi nei campi, nei frutteti e nei vigneti.

Il cinghiale predilige gli habitat del nostro territorio appenninico, caratterizzato da ampie superfici boscate e i danni alle coltivazioni agricole sono conseguenti soprattutto all’azione istintiva di scavo

(rooting) superficiale e profondo effettuato per reperire radici, tuberi e piccoli invertebrati presenti nel suolo.

Tale azione di scavo avviene principalmente dopo una pioggia o comunque su suolo umido dall’autunno sino alla primavera inoltrata ed è invece ostacolata in presenza di neve o su suolo gelato.

Il rooting, se intenso, provoca forte degrado del cotico erboso dei prati e medicai coltivati determinando perdite di produzione nell’annata e negli anni successivi. Anche chi coltiva mais sa di cosa stiamo parlando. Il fatto che l’azione di scavo ed i camminamenti maggiori avvengano nei periodi in cui il suolo è umido è causa di calpestamento e compattamento del terreno che, soprattutto nelle situazioni con elevata presenza d’argilla, non consente più il recupero dell’originaria struttura del suolo, creandosi così condizioni asfittiche per lo sviluppo radicale del manto erboso. Altrettanto gravi sono i danni indiretti, fra i quali merita citare in primo luogo l’inquinamento dei foraggi raccolti con polvere, terra, escrementi e odore di orina, che li rendono inappetibili per il bestiame in stalla.

Anche i cervidi (caprioli, daini, cervi, ecc…) fanno danni: in base al periodo stagionale e l’habitat pascolano per trovare erba fresca e calpestano il suolo. I danni maggiori causati da questi animali però sono a carico delle colture arboree, delle quali rosicchiano rametti, corteccia, gemme e tutto il resto che possono.

Insomma, cinghiali e cervidi sono un problema serio per l’agricoltura italiana da Nord a Sud.

Recentemente i caprioli hanno fatto notizia dopo aver «fatto festa» nei vigneti dell’Istituto Tecnico Agrario di Siena “Bettino Ricasoli” ed oltre al danno economico per la perdita di una buona fetta di produzione sono stati danneggiati anche i campi sperimentali. La Cia di Siena si è lamentata a gran voce chiedendo interventi risolutivi a quello che ormai rappresenta una vera e propria piaga economica per il settore rurale.

Dati alla mano in Toscana, nonostante l’adozione del Piano Faunistico Regionale che ha dato indirizzi ed orientamenti chiari, non si riesce a far fronte al costante aumento degli ungulati e i numeri parlano chiaro: 400.000 ungulati; 20 cinghiali ogni 100 ettari (mentre il Piano Faunistico Regionale prevede 0,5-5); 5 ungulati per ogni agricoltore e 10 milioni di euro di danni produttivi negli ultimi 5 anni.

Le organizzazioni professionali, Cia in primis, stanno infatti insistendo sulla piena attuazione entro l’anno del Piano Faunistico Regionale; l’adozione di un ulteriore piano straordinario di interventi per riportare la presenza e la densità degli ungulati in equilibrio con il territorio e l’attivazione degli interventi di contenimento e di prelievo della fauna selvatica, in particolare ungulati, nei parchi e nelle aree protette.

La situazione è seria anche in Piemonte, tanto è vero che la Regione ha deciso a giugno scorso uno stanziamento di 1,82 milioni di euro a favore degli Atc (Ambiti territoriali di caccia) e dei Ca (Comparti alpini) per il pagamento di un anticipo dei danni da selvaggina del 2013.

I danni causati dalla fauna selvatica rappresentano ormai un problema prioritario per l’agricoltura subalpina, i selvatici, ungulati in particolare, sono in costante aumento. Ma quest’estate sono stati segnalati problemi legati all’insostenibile e devastante prolificare dei cinghiali anche in Molise: si sono registrate invasioni degli ungulati anche all’interno dei centri abitati, devastazioni di colture agricole che hanno coinvolto ogni area regionale, incidenti d’auto sempre più diffusi e addirittura animali sbranati da branchi di cinghiali affamati.

I cacciatori, tramite le loro organizzazioni, cavalcano l’onda, chiedendo calendari più ampi e aree di caccia più estese, un’altra patata bollente per le Istituzioni regionali, che devono mediare con la controparte, le organizzazioni ambientaliste.

E agli agricoltori aspettano tempi biblici per i risarcimenti.